Etnografologia

Viaggio alla scoperta delle magnifiche 10!

“La scrittura esiste solo in una civiltà

e una civiltà non può esistere senza scrittura”

 

Così come “l’uomo scrivendo descrive se stesso” (M: Pulver) altrettanto accade per un popolo: la stessa forma delle lettere è la storia dei popoli stessi.

 

Scrittura THAILANDESE

 

 

Orgogliosa della sua identità culturale, la Thailandia (l’ex Regno del Siam) stabilisce la forma della sua personalissima scrittura nel 1283 ad opera di un re che volle allontanarsi (anche graficamente) dal prototipo indiano giunto fin lì tramite il buddismo. Essendo una scrittura sillabica senza vocali il thailandese scritto ha bisogno di segni diacritici che indichino correttamente al lettore la pronuncia, operazione complicata anche dal fatto che è una scrittura tonale (è attraverso il tono del parlato che si distingue la parola). Questi piccoli segni che all’ occhio del profano assomigliano a lunette, “girini” e virgole, si trovano sopra e sotto il rigo e grafologicamente sono indicatori di piccole “trasgressioni”, di rapide fughe, di schegge che si staccano dall’ ipnotica regolarità del corpo scritturale (che è privo di allunghi inferiori e superiori).

La scrittura thailandese è formata da tante linee verticali (segno di forte volontà) che si arrotondano e curvano ai vertici rivelando così un grande senso dell’ altro e abilità diplomatica.

E’ una scrittura che ricorda la foresta e la canna di  bambù (elemento onnipresente nel paese) unita ad un “movimento” grafico sinuoso come quello di un serpente (grande e reale pericolo di quei luoghi).

Parente (perlomeno da un punto di vista grafico) delle scritture dei paesi contigui (Cambogia, Laos…) la scrittura thai presenta un caratteristico e ripetuto cerchietto ai vertici e a metà delle sue lettere: la grafologia ci dice che è un intenso segno di autoaffermazione, è una piccola e perfetta porzione di spazio che il thailandese ritaglia per sé, è una zona personale e inattaccabile della sua anima che non dividerà, mai con nessuno, è l’ Oriente ospitale e labirintico, raggiungibile ma mai completamente accessibile, che ci mostra tanto senza però mostrare tutto. Ed è proprio questo il suo fascino.    

 

 

 

Edoardo Triscoli, introduzione all’“etnografologia

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