La Mongolia e il Buddhismo tibetanodi
|
|
Altan Khaan sovrano dei Tümed |
La Mongolia ricevette il buddhismo in
più occasioni. In un primo momento essa fu una meta
dell’espansione di questo credo dalle sue sedi originarie: il nord
dell’India e la valle dello Swat (nell’attuale Pakistan) attraverso le oasi e le città
carovaniere della Serindia [1]. Nel 552, il sovrano turco della Mongolia, Bumin Qāghān, unitamente al figlio Mugan, devoti nonché mecenati
di questa dottrina, permisero ai buddhisti, momentaneamente perseguitati dai
cinesi [2], di rifugiarsi presso di loro. Un altro monarca, Bilgä Qāghān, nell’VIII secolo, espresse ancora una forte propensione per
la religione indiana, sognando di far erigere un monastero nella propria
città[3].
Venendo ai mongoli, sebbene Genghis Khan si fosse dimostrato molto tollerante nei confronti di tutte le
religioni, tanto da - fra le altre cose - invitare il monaco taoista, Chang Chun 長春, a Karakorum, affinché gli rivelasse l’essenza di
questa religione [4]; dalle cronache non traspare alcuna professione di fede verso
tradizione diversa dallo sciamanesimo. “Müngke
Tängri’yin küčü-dür”, “Con la forza di Dio l’eterno” è scritto
nel frontespizio della Storia Segreta dei Mongoli [5], quasi a voler suggellare
il suo vero credo. In seguito, dietro l’auspicio dell’imperatore Qūbīlāy Qāghān, nel 1261, la buona legge venne annunciata in Mongolia
dall’abate ạP’ags-pa (1235-1280)[6], nomoteta - sempre su invito del menzionato sovrano -
dell’omonima scrittura [7], emula di quella tibetana [8]. Tibetana o lamaista fu, infatti, la forma di buddhismo che,
adattandosi alla mentalità dei mongoli dediti a culti sciamanici, essi
prescelsero. Conseguentemente, dopo una parentesi di ritorno allo
sciamanesimo, i mongoli si riconvertirono alla forma tibetana del buddhismo,
su esortazione di Altan
Khaan,
Алтан Xаaн (1507-1582), un discendente di Qūbīlāy, il quale nel 1577, invitò in Mongolia il terzo Dalai Lama, Sonam Gyatso (1543 – 1588) [9].
Sonam
Gyatso dette mostra abbondante dei suoi poteri magici
facendo scaturire fonti nel deserto, facendo rifluire i fiumi controcorrente,
eccetera [10]. L’episodio curiosamente riveste un’importanza speciale
per la storia del Tibet stesso, in quanto spiega l’etimologia
dell’epiteto di derivazione mongola con cui, ancor oggi, viene
designato il leader spirituale del popolo tibetano, il “Dalai
Lama”, il cui significato
è quello di Lama, maestro oceanico o talassico [11]. Allorché Sonam
Gyatso giunse in Mongolia, Altan Khaan, gli si rivolse glossando il termine tibetano, rgya mtsho - gyatso [12], oceano, con l’omologa voce mongola: dalay -
далай, di derivazione turca da taluy - toluy [13].
Si potrebbe altresì ipotizzare che egli avesse utilizzato tale
termine, memore dell’appellativo, genghis < čingis, attribuito al suo avo
mongolo, Genghis Khan, riguardo al cui significato già abbiamo riferito nel
precedente numero [14]. È verosimile che nella misura in cui ad Altan Khaan tale epiteto, antonomasticamente evocava la grandezza del genio politico
del suo illustre antenato, parimenti la locuzione “Dalai
Lama” avrebbe potuto
rappresentare l’equivalente vastità nell’accezione
spirituale del termine. Da qui il fervore religioso crebbe estendendosi a
tutte le popolazioni mongole disseminate in Asia Centrale fino alla steppa
dei Nogai, a nord del Caucaso, presso i Calmucchi.
Un’altra figura di spicco del
buddhismo mongolo fu Öndör
Gegeen Zanabazar Өндөр
гэгээн
Занабазар, (1635-1723),
fondatore del monastero di Erdene Zuu, nell’antica capitale, oggi meta turistica di questo paese. Fu
altresì filosofo, uno dei più importanti scultori della storia
buddhista, uomo politico, nonché
discendente di Genghis
Khan. Zanabazar fu il primo Bogd Khan, una figura equivalente al Dalai Lama, la cui autorità
spirituale, alcuni secoli più tardi, venne difesa dal barone Roman Ungern von Sternberg [15]. Questi, durante la conferenza panmongola di Čita del 25
febbraio 1919, dichiarò la sua intenzione di ristabilire la teocrazia
lamaista nel cuore dell’Asia, conducendo una strenua resistenza al
dilagare dell’esercito bolscevico nell’Estremo Oriente siberiano[16].

L’autore: Dott.
Ermanno Visintainer Laureato in lingue e letterature orientali presso l’Università Ca' Foscari di
Venezia. Turcologo, ha seguito corsi d'approfondimento in loco, di varie
lingue, fra cui mongolo e cinese. Collaboratore scientifico di lingua e
letteratura ciagataica per riviste specializzate nazionali. Ha avuto
recensioni all'estero. È membro co-fondatore del Centro Studi Vox Populi VXP Collabora alla rivista VoxPopuli www.vxp.it che gentilmente ha
concesso la pubblicazione del presente articolo.
Dott. Ermanno Visintainer - Pergine Valsugana, Trento - erenvis@yahoo.it
Asokananda's
Authorized Teacher senior mailto:
ermanno@al-thai.com.
ritorna
ai pizzichi…
WaiThai©2004-2011
è un marchio depositato da Cristina Radivo, Asokananda's Authorized Teacher. L'utilizzo del nome, del logo e dei contenuti del sito, se non
altrimenti segnalato, deve essere concordato con l'autore. Link ai
documenti di questo sito, sono graditi.
Informazioni: info@waithai.it - tel: 347 1638 121
[1] Pio Filippani Ronconi, Il Buddhismo, Roma, 1994, pg. 61.
[2] Oscar Botto, Buddha e il Buddhismo, 1999, pg. 177.
[3]
Roux J.P. , Storia dei Turchi, Milano, 1988 pg. 85.
[4] L. Ligeti, Bilinmeyen iç Asya, Ankara
1986, pp. 108-124.
[5] A. Temir, Moğolların gizli
tarihi, Ankara 1995.
[6] B.N. Puri, Buddhism in
[7] N. Poppe, Grammar of written
Mongolian,
[8] N. Poppe, op.cit. pg. 5 e Pio Filippani Ronconi, op.cit. pg. 90.
[9] Pio Filippani Ronconi, op.cit., pg 91.
[10] Pio Filippani Ronconi, op.cit., pg.91.
[11] L’impiego di questo sinonimo da parte nostra è dovuto al fatto che, stranamente, anche i greci utilizzano un termine alloctono per designare il mare: θάλασσα-thalassa, etimologicamente vicino alla radice altaica, taluy-toluy, che, come ricorda Senofonte nell’Anabasi, mutuarono da popoli stanziati nella regione caucasica.
[13] D.Tömörtogoo, A Modern Mongolian-English-Japanese Dictionary 现在蒙英日辞典, Tokyo 1977. E A.Von Gabain, Alttürkische Grammatik, Wiesbaden, 1974, pg. 366.
[14] Visintainer Ermanno, Vox Populi, Le Epigrafi dell’Orkhon, febbraio 2008.
[15] Pio Filippani Ronconi, op.cit., pg.91.
[16] P. Filippani Ronconi, Un tempo, un destino, “Vie della Tradizione”, n.
82, aprile-giugno 1991, p. 59.