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L’intensa
e ieratica esperienza intrisa di allegorismi uranici, descritta nel nostro
articolo sull’ascensione alla Montagna Sacra o Bogd Uul,
in Mongolia, nel luglio 2006, in occasione del primo corso di
massaggio thailandese in quest’immenso paese, non è stata
ovviamente l’unica condivisa dal gruppo. Così anche qui nel
descrivere quest’altra memorabile giornata connessa ad un simbolismo
opposto seppur complementare: la visita alla Roccia Madre o Eej
Khad, non posso esimermi dal raffrontarla con il testo cosmogonico
scolpito nelle plurimillenarie steli della cosiddetta “Genesi
dell’Orkhon”, magistralmente commentato nel libro di J.P.Roux
sulla religione dei Turchi e dei Mongoli. Eej Khad
Eej Khad - Töv Aimag – Mongolia di Ermanno Visintainer
Nella Storia
Segreta dei Mongoli questa coppia è presentata in piena
eguaglianza: “Ricevendo dal Cielo e dalla terra una forza accresciuta,
designati dal Cielo onnipotente e portati alla meta dalla Terra-madre
(…)”[1]. Non sviscereremo certo in questa sede, tutto il simbolismo
associato con le qualità cosmiche, di cui, soprattutto per quanto
riguarda quella femminile, abbiamo trattato esaustivamente nel nostro
articolo sul Massaggio
sciamanico tuvino, tuttavia qualcosa da integrare di certo non
manca. Il concetto di Yer,
peraltro, nel testo spesso allegato a quello di Sub, in
un’endiade: Yer-sub (terraqueo), viene qualificato con
l’aggettivo ïduq, in tuvino moderno ïdïq,
tradotto spesso con “sacro” ma più propriamente
significante “lasciato libero” in quanto sede di ierofania
numinosa (verosimilmente il termine stesso ïdïq
deriva da idi o ïdï, peraltro attestato
in antico turco, nel suo assetto vocalico posteriore), ovvero un insieme di
luoghi dove, quasi lambendo una certa sensibilità ecologica moderna
è proibito cacciare, pescare, tagliare alberi, etc., in quanto i
terreni sono abitati dagli ezen o idi, gli
spiriti padroni-possessori. Questa volta
apprendiamo notizia del luogo che intendiamo visitare leggendo il libro di
Partiamo quindi
di buon ora dal nostro appartamento ad Ulaan Baatar con l’auto
di mio cognato, la distanza non è eccessiva, circa 90 km a sud della
città, ma come sempre accade in Mongolia, quello che in Europa
può sembrare un dettaglio trascurabile, ovvero un così esiguo
spostamento, a quelle latitudini può trasformarsi in un problema
abbastanza consistente. Lasciamo la città, costeggiando il rilievo
montuoso situato a sud della capitale e ci dirigiamo verso la cittadina di Zuunmod. Per una quarantina di chilometri il
percorso è anche ameno, si attraversa una sorta di valle in cui si
scorgono armenti e accampamenti di ger. Quindi si giunge ad un passo
dove c’è un grande Ovoo[3] attorno al quale si devono
tassativamente eseguire i tre giri apotropaici di rito, con copiose
aspersioni di vodka sulle pietre. Arrivati a Zuunmod
ci si pone un altro particolare anch’esso del tutto inusuale in Europa,
ma la strada conducente alla Roccia Madre dov’è? Dove
inizia? Ovviamente non ci sono indicazioni e bisogna quindi aspettare
qualcuno cui chiedere. A questo punto ci si presenta innanzi uno scenario
alquanto inquietante: una lunga retta avente l’aspetto di una strada, mezza
sterrata e mezza asfaltata, ma con buche così profonde da demotivare
chiunque ad avventurarvisi sopra. In quel frangente mi viene da pensare -
meno male che l’anno scorso il premier turco Erdoğan, in
occasione di una visita in questo paese dei suoi avi, aveva stanziato cinque
milioni di dollari per la costruzione di strade, altrimenti che faremmo? -
mentre, quasi subito mio Qui avviene un
ulteriore ribaltamento di prospettive: non c’è più
un’unica strada, un’unica via bensì molte, spesso
apparentemente opposte, e contrastanti che conducono tutte nella medesima
direzione, oppure no; ma alla fine dei conti cosa importa? In un tale
contesto viene anche a mancare lo stress, l’ansia del conseguimento di
un traguardo preciso. E qui il primo accostamento che mi viene spontaneo di
fare è quello inerente all’accezione spirituale di “via”,
come ricorda un noto adagio sufi ma non solo. Un altro
raffronto, sempre sulla falsariga di certi accostamenti che nella nostra
mente scaturiscono dai pensieri associativi, è quello che Asokananda
ci fece in occasione di un seminario riguardo all’aporìa
esistente, sollevata da alcuni, circa la differenza tra i vari stili
orientali di massaggio. “Per capire la differenza tra il massaggio
thailandese ed altri analoghi stili - disse - si potrebbe fissare lo sguardo
su una carta geografica di un paese. Ipotizziamo - continuò - che uno
stile come lo shiatsu, - in mera virtù della sua
notorietà - rappresenti i percorsi principali di questo paese, come le
autostrade. Ebbene il massaggio thailandese rappresenterà dei percorsi
secondari, alternativi, magari più lenti, di certo meno artificiosi,
ma per questo non meno validi, ovvero conducenti alla stessa mèta:
quella del ripristino dell’equilibrio energetico”.
È
qualcosa che mi rammenta letture fatte in passato, nella fattispecie quelle
dell’esoterista René Guénon e del suo saggio:
“Il Re del Mondo”, ispirato al racconto del viaggiatore Ferdinand
Ossendowski, “Bestie, Uomini e Dei”, che
renderà fama imperitura a tale leggenda[4], ed il cui tema, poi ripreso nell’omonima celebre
canzone di Battiato, afferma l’esistenza celata di un regno
sotterraneo, detto Agarttha, situato nelle
viscere della Mongolia. "Hai veduto - mi chiese la guida - come i
cammelli muovono le orecchie, impauriti? E quel branco di cavalli nella
pianura che è rimasto immobile e attento? E le greggi, e le mandrie
accasciate a terra? E gli uccelli che non volano, e i cani che hanno cessato
di abbaiare? Così accade sempre quando il Re del Mondo, nel suo
palazzo sotto terra, prega e scruta i destini di tutti i popoli e tutte le
razze". La scena - descritta da Ossendowski nel citato libro, si
svolge in Mongolia; il palazzo dove prega il Re del Mondo si trova nel
Regno di Sotterra. Questo regno che, secondo la leggenda, si
estende sotto gran parte dell’Asia, collegato a tutti i luoghi della
Terra tramite una fitta rete di passaggi sotterranei, è un territorio
immenso celato alla vista degli uomini e popolato da esseri semidivini.
Esistente fin dalla notte dei tempi e prosperato alla luce del sole, durante
l’"Età dell'Oro", con l’epiteto di "Paradeša"[5]; essendosi trasferiti i suoi abitanti, all'inizio del Kalī
Yuga - कली युग della tradizione indù[6], nel sottosuolo per evitare di essere contaminati dal male,
convertì il proprio nome in Agharti o Agarthha,
"l'inaccessibile". Ritornando al
nostro viaggio, accediamo al tempio dove ci riceve un abate anziano con una
fluente barba e dall’aspetto veramente ieratico, ci accoglie e ci fa da
guida. Si tratta di un eremo tantrico Kālacakra कालचक, che rammenta quelli citati dall’esploratore Sven
Hedin[7] nelle sue peregrinazioni, alla ricerca dell’Agarthha
nello Xinjiang, o quelli visitati dal nostro grande orientalista Giuseppe Tucci, che, a quante pare, situò il regno nella
regione attraversata dal fiume Tarim.
Lasciamo il
monastero e riprendiamo la marcia verso
Qui le
sensazioni precedentemente provate presso il tempio, s’intensificano.
Dentro di me, intimamente, sento di essere approdato ad una sorta di
capolinea di innumerevoli letture, interiorizzate nel corso degli anni. In realtà non abbiamo ancora
un’idea precisa di quello che ci aspetta, sebbene ci siamo ormai resi
conto che il termine “roccia” stia ad indicare qualcosa dalle
proporzioni alquanto ridotte. Ci avviciniamo
alla cinta sacra e sbirciando dall’ingresso verso l’interno della
struttura ai nostri occhi appare un monolito epigeo, vagamente antropomorfo,
dell’altezza di circa un paio di metri, avente fattezze
inequivocabilmente muliebri, avvolto, ovvero quasi “velato”[12] in drappi sacri, Il luogo effonde
nell’aria un’intensa fragranza di Artz,
l’incenso ottenuto dalla polvere del ginepro siberiano e latte, mentre
all’interno della cinta le persone svolgono ordinatamente le loro
circumambulazioni rituali e non sembrano essere troppo disturbate dalla
nostra presenza, presumibilmente inconsueta. Da quest’estemporaneo
parallelismo: fra un santuario mariano ex voto con i citati oracoli
paleoellenici, traspare, in effetti, un’atmosfera veramente singolare e
magica che allude ancora alla leggenda del Re del Mondo. Alcuni devoti
stabiliscono un contatto con il blocco litico e, con le mani raccolte,
sussurrano insufflando qualcosa verso il suo interno quasi per udirne
lì o più avanti un responso od un vaticinio. Anche noi quindi
ci apprestiamo ad eseguire tali riti con le offerte portate appresso, fra cui
un set di khadag azzurri acquistati ad hoc al mercato Naran
Tuul di Ulaan Baatar, assistiti dal cognato per quelle
operazioni in cui non siamo troppo avvezzi. Appropinquatomi
ulteriormente all’effigie ginecomorfa, nella consapevolezza del suo
simbolismo ctonio, nonché di tutte quelle implicazioni sviscerate in
riferimento ad un lignaggio femminile di trasmissione di una saggezza legata alla pratica delle tecniche di
guarigione, espresse nell’articolo sul massaggio sciamanico[14], riconosco altresì in essa istintivamente qualcosa che
- scusandomi con il lettore per l’adiabatica autoreferenzialità
con cui mi accingo ad esprimere questo stato d’animo - genera in me una
profonda emozione. L’enigmatico e petroglifico volto della figura, pur
così sommariamente abbozzato nella dura roccia con quei suoi tratti
essenziali e con la sua espressione me ne rammenta uno scolpito indelebilmente
negli anfratti della mia memoria[15]; mentre, la sua postura statuaria evoca altresì i
lineamenti di certi eren od ongon[16], questi feticci omologhi ai lari ed ai E così da
questa sorta di gorgo procelloso d’immagini e d’emozioni che
irrompono nella mia mente, amalgamandosi e sovrapponendosi ad altre,
riverberano, come attraverso un prisma dai molteplici riflessi, reminiscenze
di luoghi, volti e situazioni. Così
sorge in me spontaneo, in quel frangente, un raffronto con la precedente
summenzionata giornata, altrove descritta, con cui riscontro una forte
complementarietà e mi sembra di riconoscere, altresì
nell’Eej Khad, quella divinità paredra di Tänger,
o Tängri delle epigrafi orkhonidi, ovvero un santuario primigenio
dedicato al culto di Yer o Yer-sub, Già
abbiamo fatto riferimento agli scritti di René Guénon e
di Ferdinand Ossendowski. Leggende antichissime insistono sul fatto
che l’umanità sia nata in Mongolia e che qui, nascosto in una
dimensione inaccessibile ai profani, si celi il mistico Re del Mondo.
Non tralasciamo, comunque, di ricordare, onde evitare di dare un taglio
eccessivamente esoterico al nostro scritto, l’attrazione che, tale
mito, legato peraltro alle remote origini dei Turchi in Mongolia, ammiccato
dallo stesso premier turco Tayyıp Erdoğan in occasione
della sua recente visita, l’anno scorso, in questo paese, ha esercitato
sull’intera storiografia turca, fra i cui esponenti di spicco
annoveriamo il laicissimo Kemal Atatürk[20], fondatore della moderna Turchia, unitamente al suo teorizzatore
ed ideologo Ziya Gökalp[21]. Alla fine di
tutte queste riflessioni usciamo dal recinto sacro e, nelle
prossimità, all’ombra di un gazebo, mentre consumiamo un frugale
pasto, osserviamo i pellegrini che accedono numerosi al sito sacro a bordo
dei loro mezzi provenienti dalla capitale. Quindi risaliamo in macchina e ci
rimettiamo in viaggio, sulla strada dissestata e polverosa alla volta di Ulaan
Baatar. Anche questa
volta, mentre ci allontaniamo dal sito, colmi di soddisfazione per la
giornata tanto densa di eventi straordinari, siamo accompagnati da un lieve
senso di malinconia dovuto alla nostalgia, che la separazione da tale luogo
già suscita in noi. Contatti e
Informazioni:
Dott. Ermanno
Visintainer - Pergine Valsugana, Trento Asokananda's Authorized
Teacher senior email:
erenvis@yahoo.it ermanvis@al-thai.com tel: +39 3407667936 Questo articolo è stato proposto da WaiThai® - Cristina Radivo - Asokananda’s authorized
teacher Contatti e informazioni: info@waithai.it
- Tel.: 347 1638 121 ritorna ai pizzichi… |
[1] J.P.Roux,
[2] Roberto Ive, Mongolia Itinerari ai confini del
nulla.
[3] Eliade ha definito l’ovoo mongolo
“la più tipica delle ierofanie”, delle manifestazioni di un
divino che fa irruzione improvvisa nel mondo. Si tratta di un mucchio di pietre
in cui viene infisso un palo centrale, rappresentante l’axis mundi,
sormontato da uno stendardo, dove dimorano gli spiriti.
[4] Ved Ossendowski
Ferdinand A., René Guénon ,
Il Re del Mondo, Milano 1977.
[5] In sanscrito Paese supremo,
da cui Paradiso, l’etimo sembra tuttavia vantare origini iraniche.
[6] Il termine significa
Età Oscura e designa il periodo in cui viviamo.
[7] I suoi viaggi sono descritti nel volume: Im Herzen
von Asien, 1902.
[8] Il khadag è una sciarpa cerimoniale di
seta, generalmente di colore blù, che in Mongolia viene affisso a tutto
ciò che viene ritenuto essere sacro o dimora di ierofanie.
[9] Vd. Anna Saudin-Costanzo Allione, Ai
Tschourek…come la luna, Torino 1999, pg. 50.
[10] O anche culto delle pietre sacre betiliche,
peraltro diffuso in molte culture. Da beth e el ,
due parole semitiche , che rispettivamente significano: “casa del
dio”, o dio stesso.
[11] Nella fattispecie ricordo un viaggio avventuroso fatto
moti anni fa nel Sahara algerino, a bordo di un pullman, che definire
fatiscente sarebbe eufemistico, alla volta di Tamanrasset, dove presso
una di queste tombe, siamo tutti dovuti scendere onde eseguire le
cirumambulazioni di rito.
[12] È altresì curioso il particolare del
“velo” che indossa, ovvero questi drappi, di cui uno le copre anche
il capo. Pur essendo un motivo tipico delle statue del Buddha, la roccia non
sembra avere nulla a che fare con l’iconografia buddhista. In esso
piuttosto mi pare di intravedere un alcunché in comune con il velo
islamico, nel senso che sembra veramente occultare la roccia agli occhi profani
o indiscreti. Solo che qui, dato il contesto, il tutto sembra assumere un
significato in relazione con il silenzio e la sacralità che alludono
alla citata leggenda.
[13]
[14] Vd. articolo Tudup Emneer e Nuad Börarn di
Ermanno Visintainer in http://www.waithai.it/files/pizzichi/pizzico_tudup_emneer_e_nuad_borarn.htm
[15] Ovvero quello della mia maestra Ay
Čürek, di cui sembra una riproduzione surreale ed archetipa,
realizzata da qualche antico ed anonimo artista rupestre
[16] Ongon è
parola mongola, il cui significato letterale è “sacro”, o
“santo”. Ne abbiamo parlato più volte in quanto il termine
possiede diverse accezioni. Il termine in questione, nella fattispecie, si
riferisce al culto di simulacri che rappresentano lo spirito protettore dello
sciamano, anticamente essi costituivano anche delle rappresentazioni del Dio-Cielo,
Tängri. Le voci con cui presso Altaici, Tuvini e
Yakuti, viene designato il termine in questione sono rispettivamente: töz-tös, eren e tangara,
vd. A.İnan, op.cit. pp.42-47.
[17] I Lari (dal latino lar(es),
"focolare", derivato dall'etrusco lar, "padre") sono
figure della mitologia romana che rappresentano gli spiriti
protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano
sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle
attività in generale. Mentre i Penati Sono divinità
protettrici della famiglia e del focolare domestico (Penati
familiari o minori), e dello Stato (Penati pubblici o maggiori). Il nome deriva
dal Penus,la parte più intima della casa e la dispensa dove si
riponevano le vettovaglie.
[18] Vd. L.N.Gumilev, Gli Unni, Torino, 1972,
pg.43-44.
[19] http://pandora.cii.wwu.edu/vajda/ea210/ket.htm
. Colgo peraltro l’occasione per
raffrontare quest’ultimo dato con quanto affermato nel nostro
articolo circa l’origine mongola dei Thailandesi, vd art.Thai e Altai, nel nostro sito
www. Al-thai.com.
[20] Kemal Atatürk era, tra l’altro,
appassionato di lingua e
letteratura yakuta. La sua raccolta di testi è esposta presso il museo
dell’Anıtkabir , il mausoleo costruito in suo onore ad Ankara.
[21] Studioso e poeta nazionalista turco d’inizio
secolo scorso. Si dice che, nella misura in cui, Mustafa Kemal Atatürk
è stato l’artefice delle realizzazioni politico-istituzionali
della Turchia repubblicana, Ziya Gökalp ne fu il promotore e
l’ideologo.