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Una riflessione a posteriori sulla
documentazione fotografica… Eej Khad - Töv Aimag – Mongolia Primo piano
Raggi blu
sul Sacro Recinto della Roccia Madre
Vale a dire, nella foto è possibile
scorgere una sorta d’effluvi fotici trasversali o disposti a raggiera,
di provenienza uranica. Probabilmente delle comunissime irradiazioni solari,
o una qualche rifrazione di luce dovuta ai consueti khadag[1] di un intenso turchino. Nel
particolare frangente, questi “raggi blu” vengono però ad
assumere una valenza alquanto misteriosa e davvero suggestiva, soprattutto
considerando la tonalità turchino-celeste che Ricordiamo la dovizia di riferimenti a siffatti fotismi nella religione e nella letteratura dei popoli turchi e mongoli. Si tratta essenzialmente di ierofanie celesti, ovvero manifestazioni del sacro, riferite a Tängri, questa massima divinità del pantheon turco-mongolo, pressoché omofona al Dingir sumerico che, più tardi, fu assimilata al dio islamico[2]. Nella Storia Segreta dei Mongoli, ad esempio, si narra che Alan Qo’a, destatasi una notte, notò una luce proveniente dalla luna che penetrava nella sua stanza assumendo le sembianze di un leone o di un lupo, rendendola incinta. Un’altra tradizione riferisce che un giorno, mentre Oğuz Khan pregava Tängri, all’improvviso una luce azzurra discese dal cielo. “Brillava più del sole e della luna. Oğuz si diresse verso quella luce: nel mezzo di questa luce v’era una ragazza bellissima (…)[3]”. Riflessi di tale mito si ritrovano in racconti calmucchi o khitan, come rammenta J.P.Roux nella sua opera citata all’inizio[4]. Postulando questa volta un’anfibologia del caso, ci azzardiamo egualmente ad accostare queste ultime annotazioni alle tematiche sviscerate nell’articolo, delegando al lettore la formulazione di un giudizio conclusivo, circa l’autenticità dell’inconsueto fenomeno fotico.
Dott. Ermanno
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[1] Il khadag è una sciarpa cerimoniale di
seta, generalmente di colore blù, che in Mongolia viene affisso a tutto
ciò che viene ritenuto essere sacro o dimora di ierofanie.
[2] Arnaldo Alberti, Più sciamano che mullah,
Genova 1993, pg. 103-6.
[3] Vd. B.Ögel,
Türk Mitolojisi, Ankara 1993, pg . 414, e F. Köprülü,
Türk Edebiyatı Tarihi, İstanbul, 1981, pg. 49.
[4] J.P. Roux, op.cit, pg.
208-9.