Frammenti di poesia turco-manicaicaTaŋ täŋri kälti
Rovine di Gāochāng Un aspetto
paradigmatico della turcità è rappresentato da
quell’anelito, che lo studioso J.P. Roux definisce: la
“vocazione imperiale” di questo popolo, complementare
all’altro, affatto irenistico, della sua propensione verso la
“tolleranza religiosa”, che è un’antica
tradizione delle steppe[1]. Nell’apparente
inconciliabilità di queste due posizioni non possiamo fare a meno di
individuare una certa eterogenesi dei fini, presente anche in contesti
storici lontani dal nostro. Ciononostante
all’uopo di porre in evidenza questo secondo aspetto, abbozzeremo in
questa sede un cenno al manicheismo[2] quale prototipo di una, fra le credenze religiose
maggiormente contrastanti rispetto al precedente menzionato sentimento insito negli albori della
coscienza nazionale turca. Il manicheismo
fu una delle molteplici religioni universali che attecchirono presso i
turchi, esercitando un fascino irresistibile sulla loro curiosità
religiosa, tant’è che gli Uiguri, conseguentemente alla
conversione del loro sovrano nel 762[3], l’adottarono, facendone la dottrina religiosa
ufficiale del loro stato, situato nella Mongolia settentrionale[4], trasformando radicalmente, come ci rammenta Bombaci,
le loro usanze ed i loro valori spirituali. A tal proposito,
un’iscrizione in cinese e sogdiano (lingua dei missionari manichei),
riferendosi a questa sorta di trasmutazione di valori riporta quanto segue:
Essendo questa
religione vista, come una sintesi tra buddhismo e taoismo, eserciterà
un profondo influsso su Il testo che
traduciamo, ritrovato dall’esploratore tedesco A.Von le Coq a 高昌 Gāochāng, Chotscho o Qočo, vicino a Turpan, a nord del deserto
di Taklamakan, in Cina, è un inno dedicato a Taŋ täŋri, letteralmente “divinità dell’alba o
dell’aurora”, sinonimo del dio di luce. Invero, lo studioso A.
Bausani, nella sua opera, Persia Religiosa, ci presenta una
versione femminile di questo titolo: “Dea Aurora”[10]. Peraltro nelle
opere degli studiosi turchi R.R. Arat e T. Tekin non v’è
riferimento a questo dettaglio. Da parte nostra, trattandosi di una lingua priva
della categoria grammaticale del genere, preferiamo lasciare in sospeso il
giudizio. Aurora –
aggiungeremmo - da intendersi in tutta la sua estensione semantica di
ierofania fotica, mutuata dai motivi religiosi dell’Iran mazdeo, da cui
quivi giunse l’escatologia gnostica manicaica. Il testo da noi tradotto:
Il tema proposto nel componimento ci riconduce al
motivo soteriologico della sizigia di luce presente nel φωτεινός
άνθρωπος - photeinos anthropos
o نورانی
شخص
- šakhs nurānī, secondo rispettivamente
un’espressione ermetica ed una sufica utilizzate da H. Corbin[12], ovverosia l’uomo di luce elevantesi al di sopra
delle potenze tenebrose che dimorano nella sua compagine somatica. In
ciò ravvisiamo quel dualismo di fondo, proprio delle concezioni cosmologiche mazdeo-zoroastriane, che vede contrapposti i due principi
teologici della Luce e delle Tenebre. Ma ovviamente,
queste sono tematiche che non possiamo certo approfondire nel presente
articolo. Note sull’autore:
Al-Thai www.al-thai.com |
WaiThai® Cristina Radivo
Asokananda’s authorized teacher
Contatti e informazioni: info@waithai.it - Tel.:
347 1638 121
[1] Roux J.P., Storia dei Turchi, Milano, 1988.
pg.24-26.
[2] H.J.Polotsky, C.Leurini, A. Panaino, A. Piras, Il
Manicheismo, Rimini, 1996.
[3] Bombaci A., La Letteratura Turca, Milano, 1969,
pg. 31.
[4] Vallecchi, Enciclopedia delle Religioni,
Firenze, 1972, Manicheismo.
[5] Tratto da Journal Asiatique in Bombaci A., La
Letteratura Turca, pg. 31.
[6] Vallecchi, Enciclopedia delle Religioni,
Firenze, 1972, Manicheismo.
[7] Ne alterò propriamente l’essenza
introducendo concetti escatologici ed apocalittici tipicamente iranici, quali
la figura del saošyant o del salvatore nell’una, e dei
fotismi meditativi nell’altra.
[8] Vallecchi, op.cit.
[9] Vallecchi, op.cit.
[10] Bausani specifica che il manoscritto è tradotto
da W.Bang (Manichaische Hymnen: Le Museon, XXXVIII, 1925, p.4) A.
Bausani, Persia Religiosa, Milano 1959, pg. 116. R.R. Arat, Eski
Türk Şiieri, Ankara, 1991 e T.Tâlat, rivista Türk
Dili, Eski Türk Şiiri, (Antica poesia turca) anno:36, fascicolo:
LI numero: 409, gennaio 1986.
[11] Risulta interessante la parola taŋ.
Essendo omofona all’equivalente voce cinese: 旦dàn, da
un punto di vista etimologico, İsmet Zeki Eyuboğlu in Türk dilinin
etimoloji sozlüğü, İstanbul, 1995, la riporta come loanword
cinese in turco.
[12] H. Corbin, L’uomo di luce nel sufismo
iraniano, Roma 1988.