
L’ascensione della Montagna SacraCorso estivo
di thai-massage in Mongolia
Primo corso di massaggio thailandese organizzato in
questo paese dagli orizzonti infiniti. Una breve premessa, onde spiegare
al lettore le motivazioni che ci hanno indotto ad affrontare
un’esperienza apparentemente così originale. Innanzitutto questo
progetto scaturisce dall’idea stessa che presiede alla creazione del
nostro sito: www.al-thai.com, evocataci in primo luogo dalla fortuita assonanza tra
l’etnonimo thai, e l’oronimo altai,
questo imponente sistema montuoso, che si sviluppa proprio nel centro
geografico dell’Asia, costituendo il confine naturale tra Khazakhstan, Mongolia e Cina.
Quindi dal tentativo, esposto in altri scritti, di
coniugare in un accostamento ideale le due prospettive
morfologico-geografiche: quella mongola, prettamente continentale,
algida, simbolicamente legata all’inviolabilità ed alla
ieraticità delle vette e agli strati superiori dell’atmosfera su
cui risiedono divinità uraniche come Tängri, Kara Khan
(Khairakhan) e Bay Ülgen, e l’altra, quella
thailandese, legata in antitesi alla qualità cosmica dell’acqua,
alla mutevolezza dell’elemento liquido, alla sacralità delle
acque e alle civiltà del Sud-Est, all’area del Pacifico ed agli
spiriti Nāgas. Riguardo al massaggio, non che esso
in Mongolia rappresenti un’anteprima assoluta, esistono beninteso, ad
Ulaan Bataar, centri, saune, ambienti in cui lo si pratica da tempo. A dire
il vero, però, in maniera alquanto spuria. Le massaggiatrici che
praticano il massaggio thailandese affermano di averlo appreso in Cina, paese
del resto dove, a dispetto di una forte tradizione autoctona di Anmo e
Tuina, esso sta ridestando una notevole risonanza[1]. Di certo non vi si può trovare nulla di simile e di
completo come la sequenza proposta all’interno del programma formativo
della Sunshine Network, la scuola dello scomparso maestro di fama internazionale, Asokananda,
ai cui principi, essendone i rappresentanti, ci ispiriamo anche noi. Atterrati in Mongolia
all’aeroporto Chinggis Khan, dopo aver attraversato la
capitale di questo affascinante paese, immersa nella frenesia dei preparativi
per l’allestimento dell’ottocentesimo anniversario della
fondazione dell’Impero Mongolo, ci dirigiamo verso una valle
situata nelle vicinanze di Ulaan Baatar e ci insediamo presso
l’abitato di Gachuurt, nel campeggio attrezzato con le ger
o yurte tradizionali di Shin Mongol-Nuova Mongolia,
dove siamo accolti dalla proprietaria Chodmaa.
Un monte si staglia maestoso,
imponente davanti al nostro campo. Essendo così costantemente avviluppati
da quella magica atmosfera, accresce in me e nel resto del gruppo
un’irrefrenabile attrazione verso quel rilievo montuoso. Rimaniamo come
ammaliati da una sorta di fascino che quella montagna emana, sembra quasi che
ci chiami, c’inviti a relazionarci con essa. Elaboriamo così a
poco a poco la decisione di fare un'escursione fino alla sua sommità,
scevra ovviamente da velleità alpinistiche, con l’intento
piuttosto di onorare l’-Ezen-[2], ovvero il Nume tutelare, il potente Spirito padrone
di quel magico luogo.
Un giorno chiedendo a Chodmaa
informazioni sul rilievo scopro che il suo nome è Bogd Uul-Bgda
AAgola[3], ovvero in mongolo: Montagna Sacra. Lì per lì
in conformità a quella sorta di accostamenti che nella nostra mente
scaturiscono sulla scia dei pensieri associativi, tale nome evoca
automaticamente in me immagini tratte dal vecchio, omonimo film di Alejandro
Jodorowski: “ Subito dopo però facendo
mente locale rinvengo nella mia memoria un riferimento a quel nome, e non mi
pare vero di trovarmi proprio lì di persona, in quello stesso luogo.
In conformità a letture fatte, la capitale della Mongolia, Ulaan
Baatar, fondata quasi quattrocento anni fa nella posizione attuale;
già prima di allora era considerata un luogo spiritualmente potente.
La città è ubicata in una vallata circolare, cinta da quattro
montagne sacre che sono onorate in tutta Il luogo, inoltre, è
già stato in passato, mèta di raduni sciamanici, come anche
specificato nella nota 3. La posizione della città, situata in questo
cerchio fra quattro montagne sacre, una per ciascuna delle quattro direzioni,
assicura la protezione e le benedizioni di tutti gli spiriti che risiedono in
questo luogo spiritualmente molto forte. Così quella sera,
all’imbrunire, con il cielo un po’coperto, memore delle mie
precedenti esperienze sciamaniche, invito i miei compagni di viaggio
nell’unirsi a me per compiere alcune offerte rituali nella cavità
di un albero abbattuto da un fulmine, che si trova proprio nelle
vicinanze del campo, chiamato in mongolo ongon mod. Un luogo
questo particolarmente propizio, in quanto ancora pregno della ierofania di Tenger,
la massima divinità uranica del pantheon sciamanico. Così dopo aver eseguito
alcune aspersioni di latte e vodka[7], notiamo sopra di noi il cielo aprirsi, le nubi diradarsi e
disporsi in una forma circolare L’indomani
c’incamminiamo, ma la nostra piccola spedizione non è del tutto
scontata, sebbene il monte non presenti alcuna difficoltà alpinistica
e si trovi ad un distanza che noi approssimativamente valutiamo in
un’oretta di marcia. Il primo scoglio che ci si presenta è
costituito da un particolare che in Europa sarebbe fra le ultime cose da
prendere in considerazione: tra noi e la montagna ci separa il corso del
fiume Tuul che scorre verso Ulaan Baatar; tuttavia
pur chiedendo alla gente informazioni non risulta esistere nella zona alcun
ponte che lo attraversi. Così l'unica cosa che ci resta da fare
è quella di guadarlo, come del resto là Scegliamo di attraversare il fiume
in un punto in cui, qualche giorno prima, abbiamo scorto alcuni bagnanti che
lo facevano. Ci mettiamo in costume da bagno, solleviamo in alto gli zaini
contenenti macchine fotografiche e documenti, quindi poniamo il primo passo
nelle gelide acque del fiume e procedendo con il piede più aderente
possibile al fondo sassoso e sdrucciolevole, onde non essere travolti dalla
corrente. Ad un certo punto sento mancare il terreno sotto i piedi e per un
istante ho un timore di cadere ed essere travolto dai flutti, ma poi mi
riprendo riuscendo a guadagnare la sponda opposta. Lo attraversiamo tutti
però, una volta giunti di là del fiume, ci accorgiamo di
trovarci su di un'isoletta spartiacque; perciò rimane un altro tratto
di fiume da guadare, cerchiamo quindi un altro passaggio che però non
riusciamo a trovare, e pertanto nasce nel gruppo una tacita intenzione di
abbandonare Camminando fra la vegetazione si
trova un po’di tutto, soprattutto ossa, resti di animali, fra cui un
cranio di bue. All’improvviso sull'altra sponda del fiume notiamo
alcuni nomadi con i loro armenti ai quali chiediamo dove si trovi un altro
guado. Ci fanno cenno di proseguire e così andiamo avanti
finché notiamo due persone che attraversano il fiume in groppa al loro
cavallo in un punto preciso e così anche noi entriamo in acqua
seguendo quel passaggio. Colmi di soddisfazione raggiungiamo l’altra
sponda, il nostro entusiasmo aumenta: è già stata una grande
esperienza, un modo per metterci alla prova con le forze della natura,
impresa che in Europa non sarebbe stata usuale. Proseguiamo la nostra marcia,
tra noi e la montagna ora si L'erba ci appare familiare: emana
un forte profumo di artemisia, quindi scorgiamo del tarassaco, bardana ed
equiseto e poi altre varietà a noi sconosciute; attraversiamo
frequenti chiazze di sabbia che evidenziano la prossimità dei grandi
deserti. Oltrepassiamo un ruscello, intravedo la presenza di un khadag[8], una sciarpa cerimoniale blu, che
ci indica che il ruscello è una fonte sacra. Allora m'inchino
ed eseguo alcune abluzioni rituali sciamaniche, di dovere, prima di porre il
piede sul suolo della Montagna Sacra. Sul nostro tragitto c'è ancora
una mandria di yak e cavalli che pascolano e di nuovo un piccolo guado che ci
separa dai pendii sacri del Bogd Uul. Finalmente giungiamo alle pendici,
ed a questo punto informo i miei compagni di viaggio che dovremmo scegliere
una pietra da portare in omaggio sull’Ovoo[9] situato sulla vetta del monte, dove dimorano i potenti
spiriti della montagna e l’Ezen il padrone del luogo.
Individuiamo un sentiero che s'inerpica lungo una valle che conduce verso la
vetta.
Di tanto in tanto, soprattutto in
prossimità di biforcazioni del sentiero, scorgiamo dei Khadag cinti
attorno agli alberi, quasi a voler ulteriormente ribadire la sacralità
del luogo. Giunti su uno dei colli prossimi alla cima, dobbiamo uscire dal
sentiero per guadagnarci la vetta, quindi ci inerpichiamo sul fianco della
montagna fino a giungere ad un crinale da cui si può ammirare l'intera
vallata, la vista spazia svelandoci un Ci arrampichiamo ancora lungo la ripida salita,
allorché staccatomi dal gruppo, avanzando più spedito riesco a
scorgere l'Ovoo situato sulla cima del Sacro Monte, attorno
alla quale volano in circolo alcune aquile che sembrano delle sentinelle, dei
custodi dell’ongon ornitomorfo, il nume tutelare della
montagna stessa, il Khan Garid. La scena mi pare in senso
letteralmente etimologico di buon auspicio (dal latino avis specio,
ovvero guardare gli uccelli, pratica di derivazione etrusca). Raggiungo per primo la vetta, trafelato e alquanto disidratato
ma l'emozione è grande. L’Ovoo mi si concede in
tutta la sua maestosità e sacralità, avvolto dai khadag
azzurri si staglia imponente verso il cielo blu, mentre un blocco granitico,
raffigurante la testa di un leone, mi fissa imperterrito e minaccioso. Subito
m'inchino verso l’Ovoo in segno di rispetto e comincio ad
aspergere vodka e latte sulle sue antiche e ruvide pietre. Poi mi
siedo un attimo per aspettare gli altri, li vedo arrivare anch'essi esausti,
dopodiché cominciamo insieme ad officiare i tre giri rituali,
aspergendo vodka verso l’Ovoo. Quindi offriamo il latte,
riso, tabacco, ed altro, quindi vi poniamo la pietra raccolta alla base della
montagna. Dentro di me provo un turbinio di emozioni così
intense, dopo essere già stato in Mongolia un paio di volte e dopo
lunghi anni di frementi quanto intense aspettative, posso finalmente
realizzare il mio sogno: officiare un rito su una vetta sacra di questo
mitico paese. L'unica cosa di cui sono dispiaciuto è di non avere
presso di me tutti gli attributi necessari all'uopo, la sola cosa che indosso
è la khamgalal, la maschera sciamanica che copre
il volto. Dopo le offerte rivolte all’Ovoo, là
vicino, sui resti di un precedente fuoco sacro, con la legna che abbiamo
portato a mano fin su la cima, accendiamo il nostro. È il mio primo
fuoco sacro in Mongolia. Quindi ripetiamo il rituale delle offerte di
tabacco, vodka ecc., per il potente e primigenio Ezen, il
padrone di questo luogo sacro. Alla fine ci sediamo in un punto da cui si può ammirare
la vallata, mangiamo qualcosa prima di iniziare la discesa che si prospetta
molto ripida. Infatti mette a dura prova le nostre gambe indolenzite,
tuttavia raggiungiamo abbastanza rapidamente la base del monte. Una volta
raggiunta la zona pianeggiante però ci troviamo di fronte al solito
problema del guado. Purtroppo, essendo venuti giù qualche chilometro
più in là ristretto al punto da cui siamo saliti, dobbiamo
trovare un altro passaggio attraverso cui l'acqua del fiume ci Cerchiamo ma invano, così dopo un po', esausti e
disidratati a malincuore chiediamo ad un gruppo di giovani che stanno facendo
un picnic nei dintorni, se con un appropriato compenso, ci accompagnano fino
al campeggio, con la loro macchina. Dopo una breve trattativa, i ragazzi
accettano di accompagnarci e così quello che sembra essere un modo un
po'compromettente di concludere una giornata tanto fantastica, alla fine si
rivela essere un'altra avventura dentro l'avventura.
-A distanza di qualche mese, sia a me che agli altri, il
ricordo di quest’emozionante giornata non appare affatto sbiadito
bensì si ripresenta fulgido nella mente, quasi a volerci rammentare la
sua eccezionalità e sacralità.- Contatti
e Informazioni: Dott.
Ermanno Visintainer - Pergine Valsugana, Trento Asokananda's Authorized Teacher senior www.al-thai.com email: erenvis@yahoo.it - ermanvis@al-thai.com - tel: +39 3407667936 ritorna ai pizzichi… WaiThai® di Cristina Radivo
- Asokananda’s authorized teacher |
[1] In effetti, passeggiando (si fa per dire) per il centro
di Pechino, all’occhio avvezzo i luoghi in cui si può intravedere
l’offerta di massaggi thailandesi risaltano in misura maggiore rispetto
all’offerta dei menzionati massaggi autoctoni. Inoltre molto diffusi ed
apprezzati sono anche i corsi ed i video inerenti al Thai-massage.
[2] Ezen in mongolo significa padrone, signore,
maestro, cfr. antico turco idi, turco iye-ige,
tuvino ee.
[3] J.P.Roux, nella
sua opera,
[4] I nomi delle rimanenti montagne generalmente non si
traducono, tuttavia Songino
Khairakhan il primo termine potrebbe essere connesso alla radice songo-
significante: eletto, mentre il secondo epiteto significa:
misericordioso. Bayanzurkh letteralmente significa: ricco cuore.
Sono tutti termini che si riferiscono a qualità divine elargitive legate
all’abbondanza.
[5] Dal sanscrito: गरुड Garuḍa, l'aquila. È una divinità hindu
minore; è rappresentata con piume d'oro, faccia bianca, ali rosse, becco
e ali d'aquila, ma un corpo spesso umano. Indossa una corona sulla testa come il
suo padrone, Viṣṇu; è antica ed enorme, al punto da oscurare il
sole.
[6] Ongon in mongolo detto eren
in tuvino e tös in khakasso. Nelle prime due lingue
possiede il significato di qualcosa di santo, di sacro, mentre l’ultimo
termine assume un significato di “identità”. Esso è
la protezione dello sciamano, il suo alter-ego, una sorta di yidam come
lo definiscono i Tibetani, insomma uno spirito protettore, un nume tutelare
[7] Latte e vodka sono fra le cose, ritenute maggiormente
pure, che vengono offerte agli
spiriti della natura.
[8] Il khadag è una sciarpa cerimoniale di
seta, generalmente di colore blù, che in Mongolia viene affisso a tutto
ciò che viene tenuto essere sacro o dimora di ierofanie.
[9] L’ovoo è una sorta di santuario
costituito da cumuli di pietre, rocce, rami di alberi dalla forma conica.